20 minuti per Idea Vilariño – 24 giugno 2009
di Meri Lao
Omaggio agli scrittori uruguayani
recentemente scomparsi, Mario Benedetti e Idea Vilariño, realizzato mercoledì
24 giugno 2009 alle ore 18,00 nella sede dell’Istituto Italo Latinoamericano di
Roma
Interventi di Alberto Breccia Guzzo,
ambasciatore dell’Uruguay, Mario García de Castro, direttore dell’Instituto
Cervantes di Roma, Rosa Maria Grillo, Università di Salerno, e Meri Lao, scrittrice e musicista amica di
lunga data di entrambi. Lettura di poesie da parte di Luciana Zanella e di
Alessandra Mosca, autrice del documentario “Mario Benedetti y otras sorpresas”, 2004.
Già non sarà
non più
non vivremo insieme
non crescerò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti avrò nelle notti
non ti bacerò al partire
non saprai mai chi sono stata
perché altri mi amarono
Non arriverò a sapere
né come né perché né come mai
né se era vero
quello che dicevi che era
né chi sei stato
né cosa fui per te
né come sarebbe stato
vivere insieme
amarci
aspettarci
stare.
Io non sarò altro che io
per sempre e tu
già non sarai per me
altro che te
Già non ci sei
in un giorno a venire
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi
Non mi abbraccerai mai
come quella notte
mai.
Non tornerò a toccarti
Non ti vedrò morire.
Questa è la
poesia più nota di Idea Vilariño, dallo stile inconfondibilmente suo, compresa
la pugnalata del verso finale. Ma, a mio parere, è la poesia che meno
rappresenta il suo pensiero. Quando diciamo “nota” ci riferiamo comunque a un
circuito limitato. Quest’immensa voce della poesia latinoamericana e del
femminile universale, non ha avuto la notorietà che si merita. Non si è mai
preoccupata di promuoversi, ha rifiutato premi come quello della Guggenheim, e
il fatto di essere donna, lo sappiamo bene, non aiuta.
Invito subito
chi ancora non la conoscesse a leggere i suoi scritti. Vi invito anche ad andare
su Internet dove troverete, soprattutto ora sull’onda della commozione per la
sua morte, un’infinità di post su Idea e le sue opere. Emergono gli ammiratori anonimi,
i blogger, che tentano di definirla (intensa, struggente), e di collocarla nel
proprio vissuto (quando hai saputo della sua esistenza? come mai l’ho ignorata finora?
chi ti ha passato i suoi versi?), come se fossero le varie tappe di un’iniziazione
irreversibile. Idea non ispira il giudizio frettoloso “mi piace, non mi piace”.
Che ti piaccia o no, è ininfluente. Scoprirla, questo sì è un impatto. Se ti
cattura, non ti salvi più. Eppure è una
che parla della finitudine senza scampo.
Una voglia volgare di proseguire nient’altro che questo.
Che desidera
la morte, e la invoca, in una cultura che fa di tutto per rimandarla o cancellarla.
Se morissi questa notte...
se questo coito feroce
interminabile
combattuto senza pietà
raggiungesse il suo apice
e si afflosciasse...
se sentissi che è fatta
che ormai l'affanno è
cessato...
e finisse con me
per me
per sempre e che non
dolesse più.
Viene voglia di dirle:
Idea, è fatta, è finita. Ora non soffrirai più.
È un periodo di
testimonianze, questo. Una storica dell’Università di
Bologna sta lavorando a una ricerca sugli italiani e discendenti di italiani in
Uruguay dagli anni Trenta ai Cinquanta, e sulle istituzioni in cui agivano gli
anarchici e gli antifascisti. Le sto trasmettendo quello che ricordo: la
memoria mi assiste più che mai, ho conservato pubblicazioni, foto, lettere, posso
testimoniare per me, per i miei genitori, per i miei maestri, per i miei amici.
Ovviamente, le ho raccontato di Idea e di Mario Benedetti, coi quali, in quegli anni, ho intrapreso un rapporto
permanente. Allora ero la più piccola. Di Mario ho ricordato tra l’altro che
suo padre Brenno (italiano trentino) l’aveva ritirato dalla scuola tedesca non
appena capì che vi si trasmetteva l’ideologia nazista (anche mio padre mi ritirerà
dalla scuola italiana quando tornerò a casa esclamando Eia eia alalà). Di Idea ho ricordato la madre italiana (Josefina
Romani), suo padre Leandro, anarchico come il mio. E quella mattina dell’anno
’40 in cui siamo usciti per strada a manifestare per Parigi, caduta sotto le truppe di Hitler.
Io ero appena dodicenne (come dimenticare la prima manifestazione?), e c’erano
anche Mario e Idea, che conoscevo solo di vista, del quartiere, e tanti altri
coi quali avrei poi condiviso legami, progetti, speranze, impegno, illusioni,
perdite. Zelmar Michelini, Angel Rama, Ida Vitale, Mario Jaunarena, Jacobo
Langsner, Hugo Alfaro, Nilda Muller, appartenenti più o meno alla chiamata generazione
letteraria del ’45 o alla generazione critica, o meglio ancora alla generazione
contestataria del ’68, come l’ha giustamente definita l’ambasciatore Alberto
Breccia. Quelli che, insieme all’impronta culturale e politica, abbiamo assistito
a eventi unici e indimenticabili: la traversata inaugurale dello Zeppelin, il
rombo delle cannonate che hanno affondato la Graf von Spee nel Rio de la Plata,
l’eruzione del Chimborazo che ci ha riempiti di fuliggine, l’invasione di
cavallette che si dà una sola volta al secolo...
Lontano
infanzia paradiso cielo
oh
sicuro sicuro paradiso...
... scrive Idea in una delle sue
prime poesie. E non è nostalgia, no. È riconoscere un luogo di crescita, una
reattività comune, uno stile, che si è formato in quel terreno
straordinariamente fertile che era l’Uruguay di quegli anni, e sul quale mi
ritrovo sempre a testimoniare.
I nomi della famiglia Vilariño ne denunciano l’origine libertaria: Alma (la
più normale, come usava puntualizzare) è la sorella maggiore; Azul, il rimpianto
fratello prematuramente scomparso; Poema, la sorella più vicina e più ascoltata;
Numen, l’ultimo fratello. Tutti un po’ bohémien, ingenui, pronti al sorriso, buoni,
tipo flower children. Spetta
a lei, la più pensierosa, la più amara e rigorosa, di porsi la domanda
fondamentale sui suoi fratelli:
Chi
sono chi sono
si
sono messi dentro la mia vita,
mi
esigono tenerezza
spettri
come me stessa momentanei e vani
come
le foglie che ogni autunno marcisce
e
non lasciano memoria....
Frutti
di morte sono,
che
amano senza paura.
Chi
sono, chi sono,
quale
coltre di morti per il suolo che calpestano,
quali
fantasmi di terra che obbligano il mio amore.
Credo che la sofferenza di Idea sia dovuta alla sua malattia di quando
era giovane, una forma allergica che le produceva una decorticazione costante. A
quei tempi si parlava di “idiosincrácia” e non se ne sapeva niente. Piaghe vive
le rimanevano attaccate ai vestiti, ai lenzuoli. Le si ricreava la pelle per
piagarsi ancora, in un atto doloroso, ripetitivo, senza senso. Un problema da
sbrigare da sola, che solo più avanti, con le cure opportune, si sarebbe
risolto, ma che ha marcato la sua poesia, in cui spiccano le parole chiave:
pelle, sudicio, morte. Poesia che si pone come un atto privato commesso in solitudine,
che non importa comunicare agli altri. Un
atto di immedesimazione per niente, per nessuno. E in cui l’ironia non ha
spazio.
Più scoperta di così, più nuda di così, senza protezione, all’addiaccio,
con l’umidità appiccicaticcia della notte addosso. Ecco che si spiega quella
sua immanente preghiera alla notte, in cui chiede:
La morte il freddo
tutto
tutto fuorché
questa sporca umidità degli uomini.
(Este sucio relente de los
hombres).
Certe immagini poetiche erano ritenute disdicevoli per una donna, e
persino Carlos
Quijano, uomo di cultura e direttore del settimanale progressista Marcha per il quale scriveva Idea, si
oppose alla pubblicazione di un suo verso. Lei reagì rinunciando al suo posto
redazionale. Era il 1955, lo ricordo bene perché anch’io ebbi a quell’epoca un
malinteso con Marcha, mai del tutto
chiarito data la distanza (mi trovavo a Roma), la lentezza della posta,
l’impossibilità di agire direttamente, magari sbattendo la porta come aveva
fatto Idea. Il verso censurato apparteneva al Poema de Amor numero dieci:
Oggi
l’unica traccia è un fazzoletto
che
qualcuno ha messo via e dimenticato
un
fazzoletto con sangue, seme, lacrime...
Per
puro spirito polemico e gusto del paradosso, mi viene da accostare questo verso
al famoso discorso di Winston Churchill “Non ho niente da offrire a parte
sangue, sudore e lacrime”, discorso che ha sollevato il morale di una nazione
in guerra (e sì che in inglese la parola sangue rappresenta un tabù)...
Nel
mio primo ritorno a Montevideo dopo anni passati in Europa, vado a trovare i
Vilariño. Suo fratello Numen aveva seguito le mie orme andando a studiare il
pianoforte a Napoli con Ersilia Tipo, madre e maestra di Maria, che ci aveva
folgorati nella sua tournée sudamericana. Numen mi dà le Poesie d’amore di Idea
in un’edizione manoscritta e numerata. Suppongo fosse una stampa off set: erano
ancora al di là da venire le macchine xeros. Una grafia scorrevole, i versi
distribuiti ad arte nella pagina, senza segni di interpunzione tranne il punto
finale. Anche la sua grafia è una scoperta che non dimentichi più: curata, ondulata,
compatta, leggermente inclinata a sinistra, gli occhielli ben chiusi. Il corpo
centrale delle lettere è prevalente, non sviluppa le aste superiori, e così la
“l”, la “d”, l’ “h” e la “b” si allineano con le “e”, le “a”, le “n”. Come mi
spiegherà più avanti un perito grafologo, tutto ciò indica una scrivente
concentrata sull’affettività e sulle esigenze del proprio io, riservata,
chiusa, scettica. “Nihilista”, avrebbe corretto Idea.
Quanto abbiamo pianto, noi ragazze, leggendola. Quanti kili di poesie
abbiamo scritto, e poi buttato via, perché non riuscivamo a distoglierci dalla sua influenza. E lei, icona
indifferente e inarrivabile, coi suoi vestiti grigi, un velo grigio calato sul
bel volto, mentre molte di noi, piccole adolescenti, ci lasciavamo tentare da Veronica
Lake e dalla famosa pettinatura Pekaboo
Bang che fece furore a quei tempi.
Idea, questo sì posso affermarlo, era misteriosa, segreta. Era una donna
libera, e si vagheggiava sui suoi amanti, ma lei non ne ha mai parlato, e
nemmeno i suoi fratelli. Nessun cenno su Juan Carlos Onetti. Invece, di colpo,
quando lo scrittore muore a Madrid (a 90 anni, nel 1994), è una valanga di
interviste, di gossip, persino lei la taciturna diventa loquace. I commenti si
centrano su quanti incontri hanno avuto in totale, 7 o 9, cosa si son detti, quali
le poesie d’amore a lui dedicate, raggruppate nei libri in capitoli a parte.
Come se il fatto che sia stato Onetti il destinatario le rendesse più
importanti, o belle o meritevoli...! Probabilmente mi pentirò di ciò che sto
per dire, ma tutto questo mi suona come una ricostruzione a posteriori, un
alibi. Forse per motivi editoriali, per trascinare Idea alla fama di Onetti. Forse
una fissazione nevrotica, una nostalgia impossibile di qualcosa che sarebbe
potuto essere e per fortuna non è stato: l’annullamento totale di Idea in un
legame come quello espresso dalla poesia YA NO, letta all’inizio.
Una
delle caratteristiche di Montevideo sono i graffiti. I graffittari sembra che là
godano di libertà di azione, così i muri
si riempiono di disegni e di scritte, e di frammenti di poesie. Nell’ultimo mio
viaggio laggiù ho scattato una foto, in cui si vede una coppia anziana: sono
usciti di casa con la sedia per sedersi sul marciapiede, a prendere il fresco. Sul fondo, un muro con un’enorme scritta: Entonces, dónde estabas, entre qué gentes,
diciendo qué palabras? “Allora,
dov’eri? In mezzo a quale gente, dicendo quali parole?” Domandai alla coppia se
sapevano chi aveva scritto quei versi. Loro mi risposero di no, che era l’opera
di qualche sconosciuto che si era arrampicato di notte con la vernice. Chiarì che mi riferivo al
poeta, all’autore di quei versi. Ma certo, è Neruda, dissero. Che meraviglia!
Credo che sia uno dei pochi posti al mondo dove si coltiva la poesia. Molti graffiti di questi ultimi anni citano
le poesie di Idea.
Si te murieras tú
y se murieran ellos
y me muriera yo
y el perro
qué limpieza.
Se tu
morissi
e
morissero loro
e
morissi io
e il
cane
che
pulizia.
E soprattutto circolano le sue opere più popolari, i testi diventati
canzone con la musica di Daniel Viglietti (A una paloma), degli Olimareños (Los
Orientales, prima intitolata Los Tupamaros), di Alfredo Zitarrosa (La canción y el poema).
Idea è anche stata una formidabile critica di letteratura, insegnante di
lettere al Liceo Vázquez Acevedo, traduttrice di Shakespeare. Ha studiato il
violino, era una raffinata ascoltatrice di musica classica e amante del buon
tango. Esperta in metrica classica, scandiva con disinvoltura i piedi greci, e
oggi ricordo l’unica volta che ho riso con Idea (mentre invece con Mario si
rideva fino alle lacrime): stavamo nella Confitería El Oro del Rhin, e battevamo i ritmi sul tavolino. L’
anapestico (ta ta TAA) dell’Inno
Uruguayano, il giambico (ta TAA) della Marsigliese e dell’Internazionale, il tetrametro
trocaico (TAA ta, TAA ta, TAA ta, TAA ta) della tarantella, lo spondeo (TAA
TAA) della Cumparsita, e del Choclo, con anacrusi o senza... Anche noi siamo
state giovani.
Già nel mio primo libro sul tango (Tempo di Tango, Bompiani, 1974) l’ho
citata per la sua analisi sui testi delle canzoni. E ora ho avuto la prova che
anche lei mi ha seguito in tutti questi anni: nel documentario che le ha fatto Mario
Jacob le immagini sono tratte da quel mio libro, e c’è persino la caricatura
che mi ha fatto un vignettista brasiliano in cui sono alle prese con un
ballerino basettone, con la collana al vento. Buffo contrasto col volto severo,
ieratico, di Idea.
Voglio aggiungere un dato che avrebbe molto
divertito i nostri amici autori. Questo omaggio si sarebbe dovuto fare domani
giovedì 25. Invece è stato anticipato di un giorno. Oggi è il 24 giugno. E
quale personaggio uruguayano celeberrimo viene ricordato il 24 giugno? Carlos
Gardel, morto nell’aeroporto di Medellín, Colombia, 64 anni fa. Come se fosse
ieri. Pero muchachos,
¡cómo pasa el tiempo!
Diceva Idea:
Me moriré y él seguirá cantando
bueno digo
Carlitos.