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Tango e diritti umani - di Meri Lao
I verbi “sparire, scomparire” appartengono grammaticalmente alla categoria dei verbi intransitivi: come il modello “andare”, l’azione del soggetto non passa al complemento oggetto, e sarebbe un errore grossolano di grammatica dire, per esempio, “tale persona l’hanno sparita” o “tale persona la scomparvero”. Questa norma vige ugualmente in spagnolo col verbo “desaparecer”. Tuttavia, sin dagli anni Settanta, la realtà feroce delle dittature e l’immane tragedia dei trentamila Desaparecidos l’hanno fatto diventare un verbo transitivo, e così si è imposto nel linguaggio di tutti, a dispetto delle accademie. Forse le prime sono state le Madri di plaza de mayo, le prime a sapere e a parlare. A reclamare i diritti umani, le libertà fondamentali, diritto alla vita, libertà e sicurezza individuali, libertà di movimento, associazione, pensiero, coscienza, opinione, espressione, parola.
Anche il tango, in quanto forma originale di cultura, è stato messo a tacere, emarginato, represso.
Non quello “proibito dal papa Pio X”, sul quale abbiamo versato fiumi di inchiostro, e che si è rivelato una sciocca leggenda metropolitana. Nemmeno quello che qualcuno carico di pregiudizi voleva fosse vietato alle donne, che invece l’hanno sempre ballato, cantato, scritto, come raccontano i giornali a cavallo dell’Ottocento e il Novecento con dovizia di illustrazioni. Non quello disprezzato dai musicisti “classici” per paura di mescolarsi a una pratica culturale ritenuta inferiore; senza scomodare Stravinskij, ci sono casi a iosa che confermano il contrario. Nemmeno quello accusato di essere “nato nei bordelli malfamati”, che una mitologia retriva e arrogante si compiace ancora a propagandare.
Il primo vero attentato ai diritti umani (del tango) avviene nel 1936, per un decreto del generale Pedro Ramírez alla Dirección de Radiocomunicaciones che colpisce la radio, il suo mezzo di diffusione specifico, vietando i termini in lunfardo, le parole dette al rovescio e altre espressioni ritenute volgari. I programmisti vengono esortati a correggere certi titoli di tango: al posto di Shusheta (troppo gergale italiano), El Aristócrata; a escludere i brani contenenti vocaboli come vento, ventolina, guita, meneguina, morlacos, fasules, grano, o a ricantarli con sinonimi più raffinati come denaro, soldi, quattrini, moneta, biglietto bancario, oro, pecunia. Si era negli anni Trenta, cioè l’epoca nota laggiù come “decennio infame” e in cui il tango esprimeva il malessere in maniera perentoria: le parole veicolate dalla musica sono molto più efficaci di qualsiasi messaggio politico della cultura ufficiale.
Ma il colmo delle azioni contro il tango sono quelle esercitate negli anni Settanta da parte delle dittature militari dell’Argentina e dell’Uruguay su Carlos Gardel, si badi bene, quarant’anni dopo la sua morte (1935). Gardel, genio e figura del tango, che ha dato voce a legioni di latinoamericani (e di ispanoparlanti in genere), creando musica e cantando testi celeberrimi come Volver, che hanno assunto valore di proverbio. Vengono banditi alcuni suoi dischi, col pretesto del “basso livello tecnico delle registrazioni”. Gardel si trova così “Desaparecido”, come un presunto sovversivo politico. Con effetto retroattivo.
Oggi è diverso, si progetta. I paesi del Plata e dell’America Latina sono una fucina di nuove esperienze, di società alternative. In uno dei suoi ultimi tanghi, Voz de Buenos Aires, Eladia Blázquez cantava: “Nato dal desiderio della propria identità, impastato col fango e l’umidità, su, su, inventiamo le crome e i versi al rovescio della musa triste e malandrina...” È pertinente vedere nel tango una forma di identità sottotraccia, che in qualche modo si collega alla Conadi (Commissione Nazionale per l’identità), creata nel 1992, improntata ai Diritti dell’Uomo, e al Multimedia Institute DerHumALC cui è dedicata questa splendida serata di tango.
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