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| Recensione tripla di Mario Cambiaghi |
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Di Meri Lao conoscevo finora solo il lato letterario.
"T come Tango", della cui seconda edizione ricordo di aver scritto a suo tempo in list ("31 lire a pagina spese benissimo…"), è un notevole mix eclettico di storia, di antropologia, di filosofia, di immagini, di pezzi teatrali, di antologia delle letras.
Scritto brillantemente.
Documentato.
Anche un piacevolisimo manuale, per chi non voglia tenersi sul grembo i 15 chili in 3 volumi della "Enciclopedia del Tango" del Ferrer.
Poi mi sono letto, in una sola notte, "Il vicino di sotto - El vecino de abajo" (il doppio titolo non è una civetteria, il libro è bilingue, coi doppi testi affrontàti).
Straordinario.
Una inventiva vulcanica.
E una capacità di passare dal "serio" all' "umoristico" che già era presente in "T come tango", ma che in questo libro si sviluppa pienamente.
Questa "disinvoltura" è la cosa che più mi affascina di Meri Lao, insieme ai suoi "modi lessicali" e alla sua capacità autoironica.
Coi temi esistenziali drammatici ("eros e thanatos" in quasi tutte le poesie, ma raccomando "Madre" per la sua toccante amarezza) convivono le storie "allegre", divertenti, leggère.
Anche all'interno dello stesso brano. Segnalo il racconto "Pseudopodi", di sottile erotismo pur in presenza di crudi flashback e di una ironia impareggiabile.
Si vede, eccome, che ha "vissuto" molto, molto, molto...
Con una intensità che non ammette banalità o stereotipi.
Spesso, poi, trovi un surrealismo che ti fa volare. E qui raccomando "ll mio partner", una mirabolante invenzione letteraria, che arrivati al sorprendente finale subito vi rimanda a leggere l'inizio, per stropicciarvi meglio gli occhi (ma non mi dilungo, non voglio rovinarvi la sorpresa nel caso non l'abbiate ancora letto).
Ora, di lei, ho conosciuto anche il lato musicale.
Il suo CD, "I miei Tanghi", segnalato in list da Piero Leli, l'avevo la prima volta disattentamente ascoltato mentre vi scrivevo, alle 5 del mattino, il Report Reggio Emilia, ma il basso volume e l'impegno alla tastiera non furono d'aiuto alle capacità di giudizio.
Ecco la prima questione: questo CD non consente disattenzione o superficialità.
Niente "easy listening". Va ascoltato attentamente, come si dovesse farne l'esegesi critica accademica. E' una condizione irrinunciabile.
Difficilmente vi capiterà di ballarli o ve ne verrà voglia (non credo sia neanche stata l'intenzione della autrice).
A me ha colpito innanzi tutto la raffinata "strategia comunicativa" nell'oggetto. Che è di contenuti musicali, ma anche di visione del mondo, di sensibilità. Già a livello di "programma iconografico".
Come se Meri Lao volesse tessere un filo preciso, che come quello di Arianna ci permettesse di superare gli snodi e di raggiungere i luoghi sperati o richiesti. O comunque da lei offerti.
Dicevamo della "iconografia".
Lo vedi. Già dalla immagine di copertina. Una sua foto "seppiata" del ' 62, a Santiago del Cile.
Questo suo bel volto, che finge di guardare verso l'obiettivo, ma in realtà è perso nell'infinito.
Con una espressione malinconica, trasognata, ma anche disillusa, realista nei riguardi del "suo" cambalache personale.
"Espressione tanguera d'altri tempi", direbbe qualche originale.
E poi il solito kulo del solito fotografo fortunato, che non solo si becca come "primo sfondo" un muro scrostato dalle macchie umide, ma anche una "media luz" di lampadina che illumina gradualmente il suo volto e la scena (avete presente "La Notte" del Correggio?).
Sul "secondo sfondo" una piccola ( Meri, ci siamo capiti...) figura maschile che guarda con curiosità estranea, e che dà al tutto un'atmosfera magrittiana.
E se poi non si presta la dovuta attenzione ci si può perdere l'epigrafe "interna": una frase da "Caminito", esattamente: Caminito cubierto de cardos, la mano del tiempo tu huella borrò...
Quando togli il CD per metterlo nello stereo, se non ti sei perso la concentrazione già dalla prima foto, puoi riuscire a captarne un'altra.
Una foto sfuocata di cardi selvatici brunastri su un fondo grigiazzurro.
Ecco…
Ma adesso parliamo della musica.
Suonata da una ottima pianista (è "passata" da esimi maestri).
Sono 14 brani.
5 col suo copyright, gli altri sono rielaborazioni di "classici" del tango.
In queste ultime colpisce la esplicita "contaminazione" con altri spartiti della musica colta.
Tra l'altro con una predilezione per i musicisti dell'impressionismo (si va dal "proto-antesignano" Mussorsgkij al "tardo epigono ancoraquasiromantico" Rachmaninov, passando per i "pieni" Ravel e Scriabin), il che non deve essere casuale.
In "Janelas abertas" cita perfettamente accordi dei "Quadri per una esposizione" del Modest, mi pare dal primo pezzo "Gnomo".
Ma la cosa strabiliante è il "duetto" fra pezzi del "Concerto N° 2 per Pianoforte e Orchestra" del Sergej, e "Malena". Passa dall'uno all'altro con una "disinvoltura" che ti fa quasi credere che per lei siano la stessa cosa (credo sia l'unico genio ad averne intravisto le affinità melodiche... e lo dimostra sul campo).
Ravel e Scriabin sono invece in ""Fuimos" e "Volver".
Rielaborazioni dagli originali (ma senza incursioni) sono invece "Barrio de Tango", "Mano a mano" , "Nunca tuvo novio", "Caminito" e "La Violeta".
La sua produzione "interamente originaria" offre un "Tango della favola crudele", "Una donna senza uomo" (nella colonna sonora del felliniano "La Città delle donne"), "Ranatango".
C'è anche un "Tango erotico". Ho provato a figurarmelo virtualmente, "riprodotto" durante una performance immaginaria. Nonostante sia un po' breve (2'14") per le mie consolidate abitudini in materia, potrebbe anche funzionare.
Infine c'è una "Tangata barocca" (l'unica non al pianoforte, ma al sintetizzatore, con molteplici registri...) in cui l'omaggio alla Toccata e Fuga in Re minore di Bach è perentoriamente imposto dal famoso incipit. Tutta la partitura è strutturata sui contrappunti e gli stilemi tipici del'inizio del ''700. Ma la melodia è quella della "Cumparsita" (sic!!)
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