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Esperienza di una pioniera
nella divulgazione della cultura del tango

PAGANI, Salerno, Convenio Mediterrantango 4 luglio 2003

Premetto che tutti i miei interventi saranno riferiti alla mia esperienza personale. Ormai posso considerarmi un'osservatrice privilegiata. Indago sul tango come figlia di emigranti riusciti a "fare la Merica". Ho assimilato materiali culturali di prima mano nei paesi rioplatensi, sin dall'infanzia. Sono stata puntellata in campo artistico e letterario da eccellenti maestri e amici, e, da una lunga carriera concertistica, mi è rimasta una sana dimestichezza col pentagramma, il che non guasta perché vorrei considerare il tango per quello che è, un genere musicale che sta all'America del Sud come il jazz sta all'America del Nord. Ho assistito a tanti revival internazionali, dapprima ogni 10 anni, poi ogni 5, ora ogni anno. Oggi, in Italia, le occasioni per conoscerlo non mancano, le associazioni dove si insegna la danza sono in costante aumento, come pure i musicisti che lo praticano e gli scambi con i paesi rioplatensi. 
Come ha ricordato Gabriel Soria, il giovane e preparato vice-presidente della Academia Nacional del Tango di Buenos Aires, io faccio parte della prima "tanda" dei membri residenti in Europa. Ho ricevuto la pergamena con tutti i crismi e il garofano extra-ufficiale disegnato dal presidente Horacio Ferrer. Di rimbalzo, nel 1995, in seno all'Instituto Cervantes di Roma, ho fondato una sorta di succursale: l'Accademia Scientifica del Tango e del Bolero in Italia. Perché Scientifica? Per escludere subito gli scopi ballabili e puntare invece sulla ricerca, la raccolta di testi, elaborati, spartiti, registrazioni, film: un archivio sterminato che ho cominciato a formare col mio primo libro Basta! Chants de témoignage et révolte de l'Amérique Latine (François Maspero, Parigi, 1967). Perché la aggiunta del Bolero? Per indicare un'apertura, un'alternativa, un genere musicale latinoamericano altrettanto amato, verso il quale girerà senz'altro la rosa dei venti, come fanno presagire i vari Pedro Almodóvar e Alfredo Arias. Ma qui siamo riuniti intorno al tango, con molti argomenti interessanti da approfondire e discutere sulla storia. 
Fuori da quest'I.S.L.A, valga la metafora, il tango viene recepito solo come ballo o solo come Piazzolla. Oggi 4 giugno si compiono undici anni dalla morte del grande musicista argentino; l'altro anno, con Laura Escalada de Piazzolla eravamo a Palermo, al Teatro della Verdura, a sentire l'operina María de Buenos Aires, con Milva come protagonista. Tuttavia, va detto che Piazzolla, in Italia, il paese dei suoi avi, ha fatto la fame. Nel 1974, a Roma, io lo frequentavo, con pochi altri, nel suo piccolo appartamento di Via dei Coronari; da allora ha voluto che fossi io a scrivere le note ai suoi programmi di sala ("si no, escribe alguien que no sabe de música y se manda una sarta de boludeces"), e quasi quasi l'avevo convinto a comporre uno Psitacotango, per quintetto e nastro magnetofonico solista con le registrazioni del mio pappagallo. Ma Piazzolla era incatalogabile, l'ambiente culturale impreparato ad accoglierlo, i concerti scarsi. Gli sembrava una fortuna aver trovato un subeditore musicale, Aldo Pagani (omonimia casuale con questo bellissimo posto) che l'ha legato fifty-fifty almeno fino all'anno 2063, insieme a Horacio Ferrer. Così Piazzolla dovette tornare a Parigi che agì, come sempre, da cassa di risonanza internazionale del tango. Pensare che oggi la sua musica è la più gettonata dalla pubblicità, che i due temi del Libertango, ridotti all'osso, lo strimpellano gli zingarelli per strada coi loro strumenti improbabili, e che, non appena pronunci il nome di Piazzolla, sempre c'è qualcuno che domanda: "Chi, Astor?" (Perché, scusi, c'è un altro?). E fateci caso: nelle pubblicazioni il suo cognome viene citato con un'ortografia variabile. Con risultati persino comici: "È Astor Piazola, il rivoluzionario, l'uomo che divise il mondo del tango in piazollistas e anti-piazzolistas" (Sic!). 
Vari reperti di questo genere sono qui in questa cartella, a disposizione di voi tutti. Ormai non faccio nessuna fatica a raccoglierli: mi arrivano da amici, ex allievi, lettori sconosciuti, e adesso ancora più facilmente tramite e-mail. Un cantiere di sciocchezze e sgrammaticature, spesso firmate da nomi di tutto rispetto. 
Prendo a caso dai Quaderni dell'Instituto di Lingue Straniere, Università di Macerata, 1988: "Esibendosi in luoghi e situazioni sempre proibite o comunque di trasgressione: dapprima il postribolo, dove la donna non ha niente da perdere in quanto a reputazione e balla in abbraccio totale con il suo compagno occasionale. Era sorta tra gli uomini l'abitudine di ballare fra loro negli angoli delle strade. Nessuna donna si azzardava allora ad esibirsi in simile atteggiamento per strada, e i compadritos di quartiere si lanciavano nel ballo in una continua gara di bravura." Mi dispiace per questi miei amici che, così scrivendo, non abbiano ascoltato la loro esperienza personale. Cioè, nel ballo del tango si usa formare, e non solo a fini didattici, coppie di uomini, e di donne, separatamente. Da sempre. Tutti l'abbiamo fatto e continuiamo a farlo. Come se fosse un imperativo coreografico, che per qualche ragione è stato ripreso da Pina Bausch, da Maurice Béjart, da Julio Bocca. Eppoi, posso garantire che le donne non hanno mai ballato per strada, né allora né adesso. Neanche il minuetto. Neanche la lambada. A parte l'occasione del carnevale, o di una festa organizzata come spettacolo. Voi donne qui presenti, vi siete mai messe a ballare per strada? 
Sembrerebbe che all'ora di parlare del tango molti spiriti esigenti perdano il lume dell'intelletto e attingano a una sorta di "tanghese" fine a se stesso: i musicisti ignoranti-mendicanti, il quartiere miserabile-malfamato, la danza proibita-lasciva nata nei bordelli (meglio dire lupanari, fa più tango). L'iconografia viene in soccorso con i soliti ballerini mascherati: lui da bullo basettone con cappello, lei da prostituta con lo spacco e il reggicalze (meglio dire meretrice e schiava bianca, fa più tango). C'è da ringraziare che abbiano perduto vigore le immagini di Rodolfo Valentino, del gaucho/torero, del casquet e della rosa fra i denti che imperversavano fino a pochi anni fa, quando tenevo la rubrica "Il tango della settimana" nel settimanale umoristico dell'Unità "Tango" diretto da Sergio Staino.
Gli stereotipi o si accettano, o si lotta contro. La lucha es cruel y es mucha, come canta il tango di Discépolo. Gli stereotipi sono di granito. Quando Cerquetelli, l'editore della Melusina, mi chiese di fare un libro sul tango diverso dagli altri miei, aparte l'antologia di 120 testi mai tradotti in precedenza, mi sono presa anche la libertà di ideare la copertina. Volevo qualcosa che rappresentasse il tango ma che non fosse la solita coppia danzante. Per noi che veniamo dai paesi del Plata il tango è musica, canzone, modalità del sentimento, e proprio in ultimo, quasi un optional, un ballo. Vedo che Raúl Crisafio mi dà ragione. Quindi, ho scelto una foto di Gardel. Il nume tutelare, in piedi, di fronte, col suo sorriso obliquo irresistibile, paglietta in testa, vestito di tweed, cravatta scozzese, brillante al mignolo, guanti bianchi e bastone. Faccio due copie della foto. In quarta di copertina metto la parte superiore. In prima, Gardel decapitato, alla Magritte. Titolo del libro: "T come tango". Sottotitolo: "Un invito a muoversi al di là degli stereotipi". Nessuno l'ha capito. La gente pensava che fosse un libro sull'abbigliamento maschile. I librai si sono prestati spontaneamente a chiarire l'equivoco. 
La difficoltà maggiore consiste in dargli una collocazione normale alla pari di altre realtà della cultura latinoamericana, come è avvenuto con la narrativa e perché no, col mais e la cioccolata: realtà assimilate e diventate un bene indiscusso di tutti. Invece il tango lo si considera un prodotto estraneo, esotico, un capriccio stagionale. Se ne fa un gran parlare, le associazioni che lo coltivano crescono come funghi, i media l'hanno assunto a tema obbligato, ora si sono messi anche gli psicanalisti (con tutto il rispetto per Freud, Jung e Lacan), fra poco arriveremo ai limiti della saturazione, ma in Italia il tango ancora non ha il posto normale che si merita. Volete una prova? Recatevi a un negozio discografico e cercate (è un genere musicale). Piazzolla, a dispetto della sua notorietà, viene ospitato negli scaffali del jazz. Provvisoriamente, da trent'anni. Gli altri, se ci sono, ricevono un posto altalenante che va dalla musica etnica, alla salsa, alle offerte della moda, bontà loro. Neanche la fatica di mettere un cartello di cartone con la dicitura "tango". Sarebbe utile paragonare questa situazione con l'atteggiamento serioso e ossequioso che si ha nei confronti del jazz o dei prodotti discografici anglosassoni, ma forse esiste una cultura di classe A, da trattare in maniera supina, e un'altra di classe B, da passarci sopra col panzer.
Posseggo ore e ore di documenti provenienti da ogni latitudine. Il tango sono anche andata a cercarlo nelle aree più distanti, o meglio: viaggiando ho osservato come venivano coltivati da altra gente i temi a me cari. In un recente viaggio in Vietnam, non l'avrei mai immaginato, ho trovato uno dei casi più straordinari di acclimatazione a una cultura lontanissima. Accanto all'immancabile Cumparsita tradotta in vietnamita, esiste un repertorio locale di canzoni-tango struggenti che parlano di addio, di lontananza, di solitudine, interpretate da donne dalla voce grave, canzoni che si ballano in maniera semplice e spontanea; un tutto organico, perfettamente immesso nella loro tradizione. Un altro esempio è offerto dalla Finlandia. Sono stata vicino alla Lapponia invitata a un festival che si organizza ogni estate a Seinäjoki, che potrebbe corrispondere a quello di Sanremo, capace di coinvolgere anche i giovanissimi, tutti a ballare per strada, ad applaudire i loro idoli della canzone, a votare i nuovi re e regine: quest'anno ha vinto un cantante diciassettenne. Vi posso assicurare che i finlandesi si sentono rappresentati dal tango come dalla sauna, il sole di mezzanotte o l'architettura di Alvar Aalto. 
Vorrei sconsolare il nostro squisito ospite per la traduzione di "Mano a mano". Non è nemmeno tra le peggiori del libro pubblicato da Einaudi. Molti traduttori si sono cimentati con questi versi di Celedonio Flores: tre decine di doppi ottonari con accento sulla settima sillaba, iato, e rime fra il primo, il terzo e il quarto, e fra il secondo e l'ultimo della cinquina. Tecnicamente perfetti. Tecnicamente, perché il motivo dell'uomo che fa la morale alla donna che l'ha abbandonato, imperversante tra l'anno 1920 e il 1932, non si sostiene più. Che gli autori del libro di Einaudi conoscessero le mie traduzioni non è mistero: lo dichiarano in prima pagina (anche se scrivono il mio nome erroneamente come Maria in inglese). Spesso, per discostarsi, traducono Roma per toma. Di "Mano a mano" io ho fatto una versione ritmica, atta ad essere cantata, cercando comunque di attenermi al senso letterale del brano. Ho avuto l'autorizzazione scritta della Sadaic, e l'ho inserito in "Tangonero", l'operina mimica che ho scritto con Giorgio Belledi per la Compagnia del Collettivo di Parma. Obviamente il titolo italiano è "Siamo pari": mano a mano non va tradotto "testa a testa", ma "siamo pari" o, volendo, pari siamo, come dice Rigoletto a Sparafucili nel primo atto dell'opera verdiana. Sia perché ho incamerato varie centinaia di tanghi, e non tutti mi piacciono, sia perché sono donna e mi sono stancata di questi rimbrotti fatti in fotocopia, qui ho fatto una traduzione ironica, zeppa di troncamenti e parole antiquate. Quando allude al gatto col topo, non avrei potuto mai tradurre gatto vigliacco (sapete quanti hanno lasciato la parola Maula, col maiuscolo, convinti che fosse una sorta di Gattomammone o di Gatto degli Stivali sudamericano?), e allora ho sterzato decisamente: Il denaro del tuo merlo te lo bevi nella tazza / da tranquilla parassita di perfetta digestion.
Un'annotazione ancora: l'ipotesi di Scocozza che percanta sia una contrazione di percalera e atorranta è un ossimoro intollerabile a quei tempi. I veri ossimori arrivano con Homero Expósito (vieja juventud) e con León Benarós (tristísima alegría). Percanta è una parola xeneise e significa, sia in Liguria che laggiù, donna amata, convivente, il cui giudizio va tenuto in considerazione; nel linguaggio familiare rioplatense si potrebbe dire "patrona" (las camisas me las elige la patrona). Percalera è la ragazza umile del quartiere idem che porta vestiti idem di cotonina idem, sublimata dal ricordo. Atorranta è proprio una fannullona, una mascalzona senza scrupoli.
L'ultimo mio libro, di racconti e poesie, si intitola "Il Vicino di sotto / El vecino de abajo". Bilingue, in quanto autobiografico, ha meritato l'attenzione di attori come Silvio Orlando, Anna Bonaiuto, Manola Nifosì e Valentina Carnelutti, che ne hanno fatto pubbliche letture; è stato incluso nel programma di esami dei corsi sulla traduzione di Antonio Melis all'Università di Siena; ultimamente la Rassegna Iberistica ne ha pubblicato un'esegesi da parte di Giovanni Meo Zilio (e in questo sono condiscepola di Antonella Cancellier anche se quando ho avuto Meo Zilio come professore alla Facultad de Humanidades di Montevideo, lei non era ancora nata). Il tango, che io sento come materia introspettiva, memoria dell'emigrazione e dell'esilio, permette queste manipolazioni del tempo. Se me lo consentite, leggerò un racconto in spagnolo che ho appena finito di scrivere. Si intitola "Aquel encuentro con Gardel". C'entra col tema del convenio, e più precisamente con la relazione di Rosa Maria Grillo.

AQUEL ENCUENTRO CON GARDEL

Mi primer libro sobre el tango (Bompiani) gozó del editing de Umberto Eco: una fiesta irrepetible de inteligencia, sensibilidad y respeto. Me di el lujo de explayarme con entera libertad, de modo que (excepto el sumario que se perdió en el proceso tipográfico final) todos los errores son de mi puño y letra, y no agregados por terceros ni producidos por el malhumor del vecino de abajo. Entre otras cosas, puse una foto mía sonriente, mate y bombilla en la mano, mientras señalo con un índice desmedido a Carlos Gardel, pegado a mi lado, de camiseta oscura y mangas cortas (vestimenta que El Cantor del Plata nunca usó, prefiriendo el smoking y similares). El montaje lo hizo mi amiga Shelly Noon, retocando una foto que me retrataba con mi hijo: le agregó tres falanges a mi dedo índice, sustituyó la rubia cabeza rizada del chico con la de Gardel engominado, sin preocuparse en disimular los burdos cortes de tijera y los parches en el desnudo pescuezo del Zorzal Criollo. Dado que ninguno de nosotros tenía la intención de engañar, la leyenda declaraba: "Un fotomontaje le procura a M.L. la ilusión de haber tomado mate con Gardel, en la terraza de su casa de Roma." Por las dudas.
Sé por experiencia que la voz de Gardel en los discos o su imagen en las películas provoca reacciones compulsivas. Nunca falta quien prorrumpa con el trillado: "¡Pero che, cada día cantás mejor!", convencido de que es una invención suya personal y exclusiva, y que el respetable público no tardará en prosternarse a sus pies (cosa que algunas veces suele suceder). Sin embargo, no me esperaba la reacción tangofrénica que dicha foto le infundió a un amigo mío argentino, coetáneo, buen guitarrista, conocido en tiempos bohemios parisienses cuando se ganaba la vida tocando y cantando en "La Candelaria". Aníbal Villareal, de paso por Roma, se encontraba en la mencionada terraza, hojeando el libro recién salido. Cuando la foto se le presentó a la vista, le dio un patatús. Pálido, petrificado, boquiabierto, atinó a preguntarme, tartamudeando:
- ¿Y esta fofoto con Gagardel?... ¿Lo cononociste?... ¿Peropero cómo?
¡Nununca meme lo dijiste!
- ¿Querés leer por favor lo que está escrito?
- Yaya lo leí: queque estuvo tomamando mamate con vos, ¡aquí en tutu casa!
- ¿No entendiste que es un fotomontaje? ¿Que esa foto mía es actual?
- Esta foto tiene un vavavalor incalculable... Cómo iba aaa imaginar...
- Oíme de una vez. Cuando Gardel era así, tú y yo íbamos a jardinera.
- No entitiendo.
- Ya lo veo. Gardel se murió, amigo mío. Aunque te parezca mentira, se murió. Carbonizado, ¿supiste? En 1935. Calculá cuántos años pasaron.
- Pero che, ¡cómo pasa el tiempo...!
Y no lo consolé cantándole "que veinte años no es nada" o "cuarenta años de vida me encadenan" pues me había contagiado el tartamudeo, y corríamos el riesgo de que los años se centuplicaran . 
Más adelante, para mi tranquilidad mental, me puse a pensar dónde y en qué momento habría podido encontrarme con Gardel en carne y hueso. De él se sabe, a ciencia cierta, que se embarcó en Buenos Aires con rumbo a Europa en el Conte Rosso el 6 de diciembre de 1930. En ese mismo año mis padres, fallida la tentativa de readaptarse a Italia después de mi nacimiento, decidían abandonar de nuevo el paese repitiendo la aventura de la inmigración en Sudamérica. Así que yo estaba cruzando el océano al revés, de Génova al Plata, como atestiguan las fotos tomadas a bordo de otro famoso transatlántico de la línea, el Conte Verde. A pesar de las diferencias espacio-temporales y de los colores a prueba de daltónicos de ambos Condes, sólo ahí me cabe imaginar un encuentro con Gardel.
Yo tenía dos años y a Gardel le quedaban cinco años de vida. De eso no cabe la menor duda. Sin embargo, ruego a los lectores sean indulgentes conmigo pues, con la desventaja que tenía en 1930, logré superarlo con una vida más larga que la suya, lo cual me permitió quererle y apreciarle en todas sus facetas. Y, si incurro en algún anacronismo, les recuerdo que Proust hace bailar el tango a las jeunes filles en fleur en el balneario de Balbec, una década antes que el género rioplatense se conociera en Europa. No me queda más que pedir venia para bosquejar un posible diálogo, a bordo del Conte Verde, entre el inefable Morocho del Abasto y la emigrantita contrera.
El Morocho - Hola, pibe!
La Emigrantita - No soy pibe, soy piba.
El Morocho - "Mas no saben que una piba en mi vida se cruzó, linda buena consentida y esa piba el corazón me cautivó"... ¿Entonces por qué te vestís de varón?
La Emigrantita - Porque mi mamá compra modelos de papel sólo de pantalones.
El Morocho - Tu mamá, ah... "¡Esa viejecita de canas muy blancas!" 
La Emigrantita - No. Mi mamá es joven y de melenita rubia. 
El Morocho - Pero si los cosió tu mamá, son pantalones santos.
La Emigrantita - No, son de seda.
El Morocho - "Yo me acuerdo: no tenías casi nada que ponerte. Hoy usás ajuar de seda con rositas rococó."
La Emigrantita - No. Rococó jamás. Liberty, sí. Pijamas japoneses de seda.
El Morocho - ¿Me prometés una cosa?
La Emigrantita - ¿Porqué no?
El Morocho - Prometeme que nunca vas a olvidar el percal .
La Emigrantita - ¿Qué es el percal?
El Morocho - ¿Ves que ya te lo olvidaste? "Un coro de muchachas vestidas de percal. Tenías quince abriles" ...
La Emigrantita - No. Dos abriles.
El Morocho - "Anhelos de sufrir y amar, ir al centro a triunfar y olvidar el percal. Percal, camino del percal, te fuiste de tu casa" ... "Te alejaste del rincón natal tras un sueño de distancias"... 
La Emigrantita - No. Yo nací en Milán. Y ahora voy a mi casa de Buenos Aires.
El Morocho - Habías resultado una tanita. ¡Abanti garibaldi que la victoria è nojtra! ¡Una gringuita! ¿Y cómo hablás tan bien español? No tenés el menor acento...
La Emigrantita - Mutis. (Todavía no había comprendido que una puede hablar bien un idioma para camuflarse, porque le da vergüenza que su padre hable cocoliche).
El Morocho - "¡Parlami d'amore, Mariú! Tuta la mia bita sos tu." Pero dejá que me presente. Yo soy Carlos, Carlitos. El apellido no importa, además que no es mi verdadero apellido. Para compensar, tengo tantos apodos como para tirarlos a la marchanta: El Morocho del Abasto, El Mago, El Divo, El Idolo, El Cantor del Plata, El Zorzal Criollo, El Alma que Canta, El Bronce que ríe, El Imbatible, El Maestro, El Troesma...
La Emigrantita - Ese ya lo dijiste: es Maestro al revés.
El Morocho - Pero mirá qué pergenio la botija ésta, también habla en vesre.
La Emigrantita - Dale, ¿no tenés más nombres? 
El Morocho - Claro que sí: El Invicto, El Unico, El Inoxidable, El Tacuarembense Inmortal, El Mudo, El Héroe de la Gola, La Voz, El Rey del Tango, La Sonrisa, Papá... Ahora decime, nenita, ¿cuál te gusta más?
La Emigrantita - El Mudo.
El Morocho - De cajón, con lo contrera que sos. Y vos, ¿cómo te llamás?
La Emigrantita - Mi papá, que es anarquista, me puso América. Mamá me llama Rica. Mi querido señor Zidar me dice Meri. 
El Morocho - ¿Dijiste Mary? 
La Emigrantita - Asintiendo con la cabeza. (Yo era analfabeta en aquel tiempo, por lo tanto ignoraba que la lucha es cruel y es mucha para explicar la ortografía de ese nombre extraño al santoral, sobre todo porque hay montones de íes sueltas por el mundo: latina, italiana, normal, con punto, corta, no larga, no griega, no ipsilon, no jota ni jay de Jolly, pero cómo le decían a esa letra antes que desembarcaran los yanquis, aunque nadie te hace caso e invariablemente te lo estropean como les da la real gana).
El Morocho - ¿Te llamás Mary? "Betty, Peggy, July, Mary, rubias de New York, cabecitas doradas que mienten amor... Rubio cocktail que emborracha así es Mary... Deliciosas criaturas perfumadas quiero el beso de sus boquitas pintadas"... 
La Emigrantita - Mutis. (Lo escuchaba embelesada, como si estuviera delante de la misma Callas; aborrezco la gente que grita y se menea, axilas al viento, cuando alguien está cantando en el escenario). 
El Morocho - En confianza, Mary, éste no es un tango sino un fox-trot. Vos tenés que aprender a distinguir, no como en Europa que hacen un menjunje con todo, y no ven la diferencia entre un huevo y un tirabuzón. Yo lo canto en una película mientras estoy en la suite de un hotel lujoso, con una robe de chambre de seda igualita a la casaca de tu pijama. 
La Emigrantita - (Le doy dos besos sonoros, el primero mandándoselo con la manita, el segundo cuando él se agacha).
El Morocho - ¡Qué lindo hubiera sido tener una beba como vos! ¿Sabés guardar un secreto que no quiero llevarme a la tumba? 
La Emigrantita - ¿Qué es tum...?
El Morocho - Te lo quiero revelar a ti, a ti sola, criatura inocente, pues "yo sé que ahora vendrán caras extrañas... todo es mentira, mentira es el lamento y hoy está solo mi corazón."
Yo memorizaba lo que él iba diciendo, sin entender el sentido: no olviden que era una gurisita de dos años. Lo mismo que pasa con las canciones. Por ejemplo, aquel verso de El día que me quieras "un rayo misterioso arácnido en tu pelo" siempre lo asocié a la araña peluda que se cayó en mi cabeza cuando abrí el grifo de la ducha, yo muerta de susto y ella pegando saltos en la bañera. Sólo más adelante entendí la metáfora "un rayo misterioso hará nido en tu pelo." Vos también, Gardel... ¿por qué no seguís los acentos prosódicos? Cualquier pajarón, al oírte cantar en Volver "Tengo miedo del encuentro con el pásado que vuelve" piensa que dijiste pájaro, y se pregunta porqué le tenés tanto miedo, si el film de Hitchcock vos no alcanzaste a verlo.
Del secreto que me contó en aquel encuentro a bordo del Conte Verde recuerdo algunas frases deshilvanadas.
El Morocho - Yo no nací en Toulouse... Y tampoco en Buenos Aires. La Reina del Plata es una ciudad divina, la ciudad que más me ayudó, paró la oreja para escucharme, me dio brillo... Yo nací en Tacuarembó... Queda en el Uruguay... Mi madre era una niña, María Lelia... "Catorce primaveras y un sueño de mujer, un corazón que espera"... Todos tuvieron que guardar silencio. "Silencio en la noche, ya todo está en calma". Qué va a ser mi madre Berthe Gardes... Ella tenía un hijo, poco menor que yo, que de repente era mi hermanastro, pero no era yo. Se llamaba Carlos... Mi padre era Carlos... 
La Emigrantita - ¡Cuántos Carlos! Me hago lío. Carlos es mi tío de Génova, Carlos mi otro tío, el que trabaja en la Scala de Milán.
El Morocho - Y yo recién estuve en Niza y me hice amigo de un famoso Carlitos, Chaplín. ¿Y con eso? Todos se llaman Carlos, no te preocupes, ya te vas a acostumbrar... Mi padre también. Se llama Carlos Escayola... Un coronel poderoso, comisario político. Un machazo, un canalla... Primero las violó... Las tres eran hijas del cónsul italiano Oliva... Al final hasta yo resulté medio tano, ¿viste?... En cuanto se moría una se casaba con la siguiente... Se casó con las tres y enviudó de las tres: tía Clarita, tía Blanquita, y María Lelia mi mamita... 
La Emigrantita - A las mujeres les ponen nombres más variados.
El Morocho - Pero la gran locura de mi padre era mi abuela, Juana Sghirla, la señora del cónsul, una recontra papusa... No podía desprenderse de ella... "la pasión ardiente y loca que le hizo buscar un día el jugo de una sandía en la pulpa de otra boca".
La Emigrantita - Qué rica la sandía.
El Morocho - Pero la sandía que te estoy cantando no es para menores, aunque en esa casa de Tacuarembó el abuso de menor estaba a la orden del día. Me sacaron de ahí y me hicieron pasar por hijo de la franchuta esa y de padre desconocido porque era un escándalo... ¿Te das cuenta? Hijo de una menor... "Si me parece verte, la pollerita corta, sobre el banco empinada la punta de tu pie"... Una menor, la hermana de su primera y de su segunda esposa, ahijada de bautismo para colmo... Callate, que si pienso en el incesto...
La Emigrantita - ¿Qué insecto? ¿La araña peluda?
El Morocho - Acordate también que hay un bulto de derechos de autor que no caben en este barco... Un día entenderás, tanita.
En mi primer libro sobre el tango analicé a Gardel como músico, como cantor, como voluntad. En lo referente a su destino humano, repetí lo que decían todos. Hasta que un día entendí. Fue en 1990, o sea sesenta años más tarde del encuentro aquel. Las investigaciones de los magistrados uruguayos y los documentos están a disposición de todo aquel que quiera entender.
Mi mote actual, escrito con plumón rojo en un cartel encima de la computadora, reza: Dejá nomás si algún chambón chamuya al cuete. Lo tomé de la milonga de Taboada y Mores El Firulete que, siendo del 1958, Gardel nunca llegó a cantar. Lo uso para mis adentros, como si fuera del Mudo que vela por mí, para que no me enfurezca por las sandeces que se dicen sobre el tango. ¿Qué significa? Que no hay que hacer caso si algún chapucero habla al ñudo, al santo botón, al divino cohete.
Pero por lo pronto: "arácnido" es hará nido; y "el pájaro" es el pasado.