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BASTA IL SUO SORRISO, ED È GIÀ TANGO
Settanta anni fa Carlos Gardel moriva in un incidente aereo. Ma il suo genio continua a vivere nel paradiso
dei suoni. Nel 2003 fu dichiarato dall'Unesco patrimonio culturale dell'umanità
Oggi si compiono sette decadi dalla morte di Carlos Gardel. Non mi sarei mai aspettata di sopravvivergli tutti questi anni. Nel libro Todo Tango, Cronache di una lunga convivenza (Bompiani, 2004) immagino un incontro con Il Divo a bordo del Conte Verde. Nel 1930. Io, bimba di due anni, in viaggio coi miei che tornavano a Buenos Aires per stabilirvisi. Lui, in piena fama, che si degna di parlare con me e, inframezzando versi di canzoni al suo discorso, mi svela il mistero della sua nascita, avvenuta a Tacuarembó, in Uruguay, e le ragioni per cui lo si voleva francese. "Voglio rivelarlo a te, creatura innocente, perché io so che adesso verranno facce strane, tutto è menzogna, menzogna il lamento, e oggi è solo il mio cuor."
È così. Il Mago ispira incontri impossibili, fantacontatti. La sua biografia, inventata, costruita, coperta da un nugolo di incognite, va sgretolandosi sotto la forza della vita vera, che filtra, vaglia, osserva al microscopio. E ad ogni commemorazione una nuova tessera arriva a completare il mosaico.
Astor Piazzolla, che a tredici anni l'aveva conosciuto per davvero a New York, lavorando con lui nel film El día que me quieras, quarant'anni dopo gli scrive una lettera che chiude con queste parole: "E ora vado a lavorare, cioè, come si dice oggi, a fare un récital. Penserò al ragazzetto Piazzolla quando tu gli hai detto "Adesso suona la musica di Arrabal Amargo e dagli giù con tutta l'anima. Era la primavera del 35 ed era nato il duo Gardel-Piazzolla. Sono un tipo fortunato. Un giorno ci incontreremo nell'ultimo piano. Aspettami, ma. non morire mai."
Il Troesma (rovescio di Maestro), cantante, compositore, cantautore ante litteram e attore cinematografico, continua a essere l'immagine stessa del tango, genio e figura. Basta la sua voce, incisa nei vecchi 78 giri. Basta il suo volto fissato in una foto o in un disegno. Basta il suo sorriso diagonale, inconfondibile, a siglare la materia "tango". Con buona pace di chi pensa il tango solo come una danza, Gardel come ballerino era inesistente. Anzi. La sua non è musica ballabile. Nessun latinoamericano commetterebbe lo sproposito-sacrilegio di ballare sulla sua voce. Dimenticate la pecca del film Il Postino e l'improbabile scena in cui il poeta cileno Pablo Neruda si allaccia allegro a sua moglie Matilde, un'argentina, mentre Gardel canta "Madreselvas en flor que me han visto nacer." (Caprifogli in fiore che mi avete visto nascere.).
Sia subito detto: nei brani scritti al femminile, come Madreselva, Il Mago non ricorre a aggiunte retoriche che gli garantiscano di fare un discorso tra virgolette, ma canta con la sua voce virile: "Io pura e felice", "L'affetto primo e caro che sento per lui". Quando pronuncia parole sprezzanti sulla donna (Mano a mano, Pobre paica, Pompas, Margot, Traicionera, Una lágrima) lo fa con pietà, senza sottoscriverle. Quando canta alla decadenza dei guappi (Ventarrón, Ciruja, Mangosta) non si identifica con loro, ma nemmeno infierisce.
Gardel sa imporre, da protagonista assoluto qual è, un ascolto attento, in modo che non vada persa una parola, un'intenzione, una sfumatura, un richiamo. Dà il giusto peso e colore ai sostantivi, aggettivi e avverbi, caricandoli di senso: tutto il contrario della moda invalsa nella canzone odierna di sottolineare le congiunzioni, le preposizioni e gli articoli. La sua voce assume toni chiari, astratti, quando si riferisce ai momenti gioiosi del ricordo, e quando fa i conti con la realtà, si oscura, intrisa di sofferenza. Si capisce perché il poeta Francisco Urondo l'ha chiamato "Señor de los tristes".
Da bambino, lavorando come claqueur nei teatri, si infilava nelle quinte per carpire qualche segreto ai grandi della lirica in tournée per il Sudamerica. Così si fece conoscere da Titta Ruffo e da Enrico Caruso, che lodarono la sua voce e gli diedero consigli preziosi su come sfruttarla al massimo. Una tecnica formidabile, il corpo rilassato, ma vigile, gli permette di passare a ciò che più gli interessa: comunicare un testo, aderire all'azione drammatica dello stesso. Rende credibile (e a volte sublime) il testo che interpreta, persino il più goffo e primitivo. Arte spoglia e profonda. Aveva ragione Anthony Quinn a dire "Chi ama Bach ma non ama Gardel, non ama Bach".
È lui che la sua arte deve inventarla, plasmarla, raffinarla, con un forte senso autocritico. Nel 1917, quando registra "Mi noche triste", nasce il tango-canción come una specie ben definita dentro il genere. La sua traiettoria coincide con l'ingresso della "clase media" nelle decisioni politiche, per mano di Sáenz Peña e la legge del voto universale, del radicale Hipólito Irigoyen, e in Uruguay il movimento progressista di José Balle y Ordóñez.
Quasi vent'anni dopo in Colombia, alla fine di una lunga tournée per l'America Latina, Gardel aveva appena concluso un récital nella capitale cantando il tango Tomo y obligo. Doveva recarsi a Cali dove lo attendeva, come dappertutto, un teatro gremito. All'aeroporto di Medellín, inspiegabilmente, il suo aereo, mentre si preparava al decollo, va a scontrarsi con un altro, fermo sulla pista, con i tre motori accesi. Carlos Gardel muore carbonizzato. È il 24 giugno 1935. Nella sciagura perdono la vita Le Pera, coautore e sceneggiatore, i chitarristi Barbieri e Riverol e altre tredici persone. Otto mesi più tardi la salma viene rimpatriata a Buenos Aires. Il richiamo e il fervore attorno alle sue spoglie sono un'apoteosi. Lo si venera dalla Patagonia al Bravo. Sculture con la sua effigie, strade col suo nome, ricordi, testimonianze, reliquie. Il mausoleo al cimitero della Chacarita gronda di ex voto ed è provvisto di altoparlanti che diffondono la sua voce. Un rito coatto vuole che la sigaretta della statua sia sempre accesa, pur sapendo che Gardel, che ci teneva alla voce, fumava per finta.
La sua Argentina è quella che figurava al sesto posto fra i grandi. Paradosso: lui, che non era mai stato un rivoluzionario, a trent'anni dalla morte viene proibito dai militari argentini e uruguayani; intanto i torturatori trasmettevano i suoi dischi ad altissimo volume per coprire gli urli delle vittime. Amnesty International di Madrid sceglierà un'immagine di Gardel come simbolo di una campagna per i diritti umani, negli anni dell'orrore. Nel 2003 l'Unesco lo dichiara Patrimonio Culturale dell'Umanità.
Ricordo mia madre, che a vent'anni aveva posato per la pubblicità di Kaliclor ("A dir le mie virtù basta un sorriso"), sedotta dal sorriso di Gardel, come si arrabbiava se qualcuno diceva che era l'opera di un dentista.
Volver (tornare) è il verbo del tango e degli emigrati. È anche il titolo di uno degli ultimi tanghi di Gardel, inciso nella memoria collettiva dei latinoamericani con valore di proverbio. Sentire che la vita è un soffio, che vent'anni non è niente. Oggi Gardel continua a cantarlo per quell'immenso popolo in esilio a Stoccolma o a Sidney, a Città del Messico, a Parigi, a Roma.
El tango universal
TORNARE
Indovino lo scintillio
delle luci che da lontano
accompagnano il mio ritorno.
Sono le stesse che hanno illuminato
con pallidi riflessi
ore profonde di dolore.
E pur non volendo,
sempre si torna al primo amore,
alla vecchia strada dove l'eco disse:
"Tua è la sua vita, tuo il suo amore",
sotto lo sguardo beffardo delle stelle
che con indifferenza mi vedono tornare.
Tornare
con la fronte appassita:
le nevi del tempo
hanno argentato le mie tempie.
Sentire
che è un soffio la vita,
che vent'anni non è niente,
che febbrile lo sguardo
errante nelle ombre
ti cerca e ti chiama.
Vivere
con l'anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango ancora.
Ho paura dell'incontro
con il passato che torna
a mettersi davanti alla mia vita.
Ho paura delle notti
che popolate di ricordi
incatenano il mio sognare.
Ma il viandante che fugge
presto o tardi arresta il suo passo.
E anche se l'oblio, che tutto distrugge,
ha ucciso la mia vecchia illusione,
io serbo nascosta un'umile speranza
che è tutta la fortuna del mio cuore.
(testo di Alfredo Le Pera
musica di Carlos Gardel
traduzione di Meri Lao)
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