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Programma di sala per Catherine Berbessou

Teatro Comunale di Ferrara, 2 marzo 2000, programma di sala
dello spettacolo A fuego lento, Compagnie Quat'zarts, coreografia Catherine Berbessou.

A FUEGO LENTO: NOI, VOI DUE, LORO

di Meri Lao

Molti fra i più interessanti coreografi contemporanei si aprono al tango, attratti dall'originalità delle figure e dalle illimitate possibilità inventive. Il primo probabilmente è stato Maurice Béjart, quando in Notre Faust (1975) faceva convivere i tanghi argentini tradizionali con Bach, anticipando il Mozart-Tango del 1991. Ma soprattutto è la musica di Astor Piazzolla che, per la sua forza connotativa, occuperà ogni aspetto del tango, compreso quello dei ballerini, che il compositore argentino ignorava deliberatamente, diventando cavallo di battaglia di alcune grandi figure della danza e, riconosciamolo, rifugio di molti piccoli peccatori da palcoscenico.
      Lo spettacolo di Catherine Berbessou non ricorre al sicuro impatto della musica piazzoliana. E, contro ogni aspettativa, la colonna sonora nemmeno contiene A fuego lento, pietra miliare del tango d'avanguardia che Horacio Salgán scrisse nel 1953 e che l'ultimo film di Carlos Saura ci regalò in una versione memorabile: l'autore ottantaduenne, col suo pianoforte agilissimo e percussivo, a capo del Nuevo Quinteto, pura musica da camera, condita da interiezioni goduriose. La giovane coreografa francese -da poco superata la soglia dei trenta- attinge invece al repertorio tradizionale, nelle registrazioni storiche care ai ballerini aficionados ultrasettantenni di laggiù. Basti citare le due chicche dell'anno 1942 con cui inizia e si conclude lo spettacolo: l'orchestra di Carlos Di Sarli che suona Verdemar, cantato da Oscar Serpa, e La Cumparsita nella versione diretta da Juan D'Arienzo, il re della battuta (a tempo metronomico), con Fulvio Salamanca come pianista.
     Qui non ci sono le macchiette danzanti del gaucho e la paisana sotto le frasche, né del guappetto-col-cappello e la servotta-col-grembiule nel cortile del casermone, né quelle del rufiano e la prostituta al chiuso del lupanare (fa più tango dire lupanare che bordello, casino, postribolo, vero?), macchiette che ancora imperversano in questo genere di spettacolo, col pretesto della carrellata storica, e che fanno tanto folklore (anche se il tango è musica cittadina), tanto colore locale (anche se il tango ormai appartiene a tutti), tanto brividino da guardone del marciapiede di fronte (anche se sono sempre più frequenti le occasioni di ascoltarlo, di leggerlo, di praticarlo e di conoscerlo per quello che è). Anzi, a riprova dell'extraterritorialità del tango, nella colonna sonora di A fuego lento si avvicendano un tango di De Caro e un valsecito criollo, un ballo macedone e il parlato di un tanghista, un brano orientale e il canto di Carlos Gardel, un rock e il bolero Bésame mucho (anno 1940) della messicana Consuelo Velázquez. E rumori, e sussurri indistinti.
      La Berbessou ha messo in scena tre coppie che esulano dalle coordinate geografiche e temporali. Potremmo essere noi, voi due, loro. Gente normale. Loro in particolare sono splendidi ballerini. Senonché vanno normalmente vestiti e si spogliano normalmente. Usano normale biancheria intima, quella da bucato. Gli uomini indossano i calzini. Le donne portano i tacchi a spillo, ma non hanno le calze e nemmeno i reggicalze né le giarrettiere. A questo punto vi domanderete: ma che tango è questo?
      Diamine se lo è.
      A fuego lento risponde alla sfida insita nel ballo di coppia, gioco da camera più che mai, sia detto in tutti i sensi. Emergono i caratteri, gli atteggiamenti, le reazioni del maschile e del femminile, le invenzioni in un campo molto codificato dove "lui" propone e vigila sullo spazio circostante, "lei" indietreggia e si abbandona. Rapporto complesso, equilibrio instabile di due individualità, da tenere a bada a fuoco lento, dolce, costante, affinché non si estingua né diventi incendio rovinoso. Occorre sedurre l'altro, se-ducere, condurlo a sé, convincere e avvincere. Ecco la condizione primaria, che va dalla parata animale ai goffi tentativi di conquista, dal drappo in cui la donna nuda si avvolge per avvicinarsi all'uomo, al rifiuto drastico, alle attese penose, alla danza come ricerca di perfezione. Il tango, metafora della coppia, appare sezionato in varie figure. Una è quella della donna che accavalla una gamba sull'uomo, agganciandolo; il gesto si completa con la mano che, come se mettesse una sicura, tenta di fermare saldamente la presa. Tale figura viene ripetuta ossessivamente, ed è tragico vedere questi arti che si arrampicano compulsivi, queste mani che non riescono a stringere nemmeno quando l'altro le aiuta, queste donne che rimangono per terra, le gambe bloccate su se stesse. A volte le ballerine entrano letteralmente nei panni del partner, infilandosi nelle maniche della giacca, in una danza suadente. O trovano il diniego di chi si copre gli occhi con le mani o si mette a braccia conserte. Ai passi del ballo si accompagnano i gesti del legame intimo: baci appassionati, furtivi, infantili. Dai baci nascono palloncini rossi e bianchi, che si gonfiano, cadono dalla bocca al ventre, separando -o unendo?- la coppia, finché esplodono. E qualcuno, derelitto, disarmato e disarmante, rimane coi vestiti e le scarpe in mano.
      Tra gli elementi scenici ci sono le sedie, sedie che fungono da treni, sedie dell'attesa, sedie dove gli uomini portano le donne per poi sollevarle nelle braccia, sedia compresa.
Oppure sono le donne a caricare verticalmente gli uomini, e i tacchi a spillo sembrano acquistare la funzione -diversa, nuova- di trampoli.
       Dato il tenero humour che impregna questo spettacolo, si può ricordare l'affermazione di Isadora Duncan "Io vi danzo quella poltrona lì", che destava meraviglia solo per l'uso anomalo del transitivo, o l'uscita "Perché danzarlo in piedi?" attribuita a Monseigneur Duchesne a proposito del tango. Qui si danza. In piedi, come tutti. Ma anche orizzontalmente, baciandosi e rotolando, allacciati come nel ballo, afflosciandosi, l'uomo in piedi che avanza intraprendente fra le cosce di lei, seduta, che retrocede; giri violenti, deposizioni delicate, grovigli sul drappo rosso ora diventato lenzuolo, ora pista da ballo, e forse tendone da circo che copre le sedie vuote.
       A fuego lento non è fatto solo di gestualità, ma anche di parola. Si sentono brevi enunciazioni: "Soy un hombre". Uno, mentre viene lasciato in slip e calzini da lei, intesse un racconto su un incontro superstar con "carne argentina sin grasa". Le donne chiedono: "Vuoi ballare? Vuoi baciarmi? Ancora!" Un'altra sbuffa dal caldo, si sventaglia, si alza la gonna, i tre uomini, alla vista delle mutande, cadono stecchiti, e lei li deride.
       Non si svela alcun mistero eleusino se si dice che, come danza, il tango è invenzione maschile, linguaggio di corpi pari. Colui che intreccia la mano destra alla sinistra dell'altro e posa la propria mano sinistra sulla spalla del partner, "rappresenta" la donna. Nessun problema a scambiarsi i ruoli per trasmettersi i passi, per provarli e riprovarli. Raccolto ed elaborato dal teatro e dal cinema come momento di esaltazione estrema, il tema della coppia formata da due maschi continua a esercitare un influsso innegabile. Quando la coppia -parliamo sempre di alti livelli- è formata da un uomo e una donna, è lui che dà l'impronta, spesso il nome, e se tale coppia si scioglie, lui trova mille altre compagne disposte a seguirlo, mentre lei quasi sempre rimane sola, anche se bravissima, finita la carriera. Deve essere rimasto un input antico: l'uomo è il perno del tango, sì, ma allo stesso tempo il suo limite. Così come l'ha fortissimamente voluto e tramandato, fa pensare a una forma di danza chiusa, restia agli sviluppi che ne hanno invece trasformato la musica. Perciò il tango, affrontato dalle artiste libere dai clichés, sa fare luce sui lati segreti e sacri, e sorprende nell'intimo.
     Benvenuta, Catherine Berbessou.

Traducción al español del mismo artículo sobre
el espectáculo A fuego lento, de la Compagnie Quat'zarts,
coreografía de Catherine Berbessou, publicado por primera
vez en el programa de sala del Teatro Comunale de Ferrara,
el 2 de marzo de 2000.


A FUEGO LENTO: TÚ Y YO, AQUELLOS DOS, LOS OTROS

de Meri Lao

Meri Lao, escritora y música, italiana de nacimiento, latinoamericana de adopción (goza de ciudadanía legal uruguaya), vive y trabaja en Roma. Sobre el género rioplatense publicó varios ensayos pioneros, de Tempo di Tango (Bompiani, al cuidado de Umberto Eco, 1975) al más reciente T come Tango (Elleu Multimedia, 2001). Escribió el tango congo Una donna senza uomo del film de Fellini "La Ciudad de las Mujeres", la operita mímica Tangonero (coautor Giorgio Belledi) representada por la Compagnia del Collettivo de Parma, Tanghitùdine, monólogo con imágenes con la misma autora cantando y al piano, y Tangare humanum est, nueve escenas para una comedia musical.

    Muchos de los más interesantes coreógrafos contemporáneos se acercan al tango, atraídos por la originalidad de las figuras y las ilimitadas posibilidades combinatorias que ofrece. El primero fue probablemente Maurice Béjart, cuando en Notre Faust (1975) hacía convivir los tangos tradicionales rioplatenses con Bach, anticipando el Mozart-Tango de 1991. Pero sobre todo es la música de Astor Piazzolla que, con su fuerza connotativa, ocupará todos los aspectos del tango, inclusive el bailable -que el compositor deliberadamente ignoraba- llegando a ser el caballo de batalla de algunas grandes personalidades de la danza y también, reconozcámoslo, el refugio de muchos pequeños pecadores de las tablas.
      El espectáculo de Catherine Berbessou no recurre al seguro impacto de la música piazzoliana. Su columna sonora tampoco contiene, como era dado suponer, A fuego lento, hito del tango de vanguardia que Horacio Salgán escribió en 1953 y que el último film de Carlos Saura nos regala en una versión memorable: el autor con sus ochenta y dos años cumplidos, su piano agilísimo y percusivo, al frente del Nuevo Quinteto; pura música de cámara, condimentada con interjecciones gozosas. La joven coreógrafa francesa -de poco más de treinta años- pesca en el repertorio tradicional de las grabaciones históricas, las preferidas de los milongueros ultraseptuagenarios de allá. Basta citar las dos perlas del año 1942 con que inicia y finaliza el espectáculo: la orquesta de Carlos Di Sarli ejecutando Verdemar, cantado por Oscar Serpa, y La Cumparsita en la versión de Juan D'Arienzo, el rey del compás (metronómico), con Fulvio Salamanca como pianista.
      Aquí no hay mascaradas danzantes, como la del gaucho y la paisana en el campo, o la del compadrito-con-sombrero y la sirvientita-con-delantal en el patio del conventillo, o la del rufián y la prostituta en el ambiente encerrado del lupanar (es más tango decir lupanar que burdel, quilombo o prostíbulo, ¿no es cierto?), cuadritos con pretensiones de verdad histórica recurrentes en este tipo de espectáculo, que lo colocan como producto folklórico (aunque el tango es música ciudadana), una muestra exótica (aunque el tango pertenezca a todos ya), capaz de excitar al voyeur de la acera de enfrente (aunque abunden las ocasiones de escucharlo, leerlo, practicarlo y conocerlo por lo que es). Además, como para confirmar la extraterritorialidad del tango, en la columna sonora de A fuego lento se subsiguen un tango de De Caro y un valsecito criollo, un baile macedonio y la charla de un tanguista, un tema oriental y el canto de Carlos Gardel, un rock y el bolero Bésame mucho (año 1940) de la mexicana Consuelo Velázquez. Y ruidos, y murmullos indistintos.
      La puesta en escena de la Berbessou prevé tres parejas, fuera de las coordenadas geográficas y temporales. Podríamos ser tú y yo, aquellos dos, los otros. Espléndidos bailarines, en el caso especial, pero gente normal. Están normalmente vestidos y se desvisten normalmente. Usan ropa interior normal, esa que se lava a máquina. Los hombres usan calcetines. Las mujeres tienen zapatos de taco alto, pero no llevan medias ni ligas ni portaligas. A este punto, alguien se preguntará: ¿pero qué tango es éste?
      Diablo si lo es.
      A fuego lento responde al desafío implícito en el baile de pareja, juego de cámara por excelencia, sea dicho en todas las acepciones. Emergen los caracteres, las actitudes, las reacciones de lo masculino y de lo femenino, las soluciones inventivas en un campo muy codificado donde "él" propone y controla el espacio circunstante y "ella" retrocede y se abandona. Relación compleja, equilibrio inestable de dos individualidades, que hay que cuidar a fuego lento, suave, constante, para que no se apague ni se vuelva incendio arrasador.
      Hace falta seducir al otro, se-ducir, conducirlo hacia uno, convencerlo y vencerlo. He ahí la condición primaria, que va desde el cortejo animal hasta las torpes tentativas de conquista, desde el velo que envuelve a la mujer desnuda para acercarla al hombre, hasta el rechazo drástico, las esperas penosas, la danza como búsqueda de perfección. El tango, metáfora de la pareja, aparece seccionado en varias figuras. Una es la de la mujer que se trepa al hombre con una pierna, enganchándolo; el gesto se completa con la mano que, como si pusiera un cerrojo, trata de asegurárselo. Dicha figura se repite obsesivamente, y es trágico ver esas piernas que se prenden compulsivas, esas manos que no logran apresar ni siquiera cuando el otro ayuda, esas mujeres que quedan en el suelo, con las piernas bloqueadas sobre sí mismas. A veces las bailarinas entran literalmente en la ropa del partenaire, metiéndose en las mangas de la chaqueta, en una danza conciliante. Otras veces deben sufrir el rechazo de quien se tapa los ojos con las manos o se pone de brazos cruzados. A los pasos del baile se agregan los gestos del vínculo íntimo: besos apasionados, furtivos, infantiles. De los besos nacen globos rojos y blancos, que se inflan, bajan de la boca al vientre, separando -o uniendo?- a la pareja, hasta que explotan. Y alguien, desamparado, desarmado y desarmante, se queda con las ropas y los zapatos en la mano.
     Entre los elementos escénicos están las sillas, sillas que funcionan como trenes, sillas de la espera, sillas donde los hombres llevan a las mujeres, las sientan, para luego levantarlas en los brazos, con las sillas y todo. O bien son las mujeres que levantan verticalmente a los hombres, y los tacones altos cobran una nueva, diferente dimensión: parecen zancos.
     Dado el tierno humor que impregna este espectáculo, es lícito recordar la afirmación de Isadora Duncan "Yo les bailo ese sillón", che sólo sorprendía por el uso anómalo del transitivo, o la salida "¿Por qué danzarlo de pie?" atribuida a Monseigneur Duchesne a propósito del tango. Aquí se danza. De pie, como todo el mundo. Pero también horizontalmente, besándose y rodando, enlazados como si estuvieran bailando, o aflojándose. El hombre se levanta y avanza decidido entre los muslos de ella, sentada, que retrocede. Vueltas violentas, deposiciones delicadas, marañas sobre la tela roja que ora se vuelve sábana, ora pista de baile o tal vez tienda de circo que recubre las sillas vacías.
      A fuego lento, además de gestualidad, es palabra. Se escuchan breves enunciaciones: "Soy un hombre". Alguien, que una de las bailarinas dejó en slip y calcetines, arma un cuento sobre un encuentro superstar con "carne argentina sin grasa". Las mujeres piden: "¿Quieres bailar? ¿Quieres besarme? ¡Otra vez!" Otra resuella por el calor, se abanica, se alza la falda y se burla con sonoras carcajadas de los hombres que, a la vista de sus bombachas, se desploman simultáneamente.
     No se revela ningún misterio eleusino diciendo que, como danza, el tango es invención masculina, lenguaje de cuerpos iguales. El que toma con su mano derecha la mano izquierda del otro y apoya su mano izquierda en el hombro del partner, "representa" a la mujer. No hay problema en intercambiar el papel para trasmitirse los pasos, ensayarlos y fijarlos. El tema de los dos varones que bailan enlazados, captado y elaborado por el teatro y el cine como momento de máxima exaltación, sigue ejerciendo un influjo innegable. Cuando la pareja -hablamos de altos niveles profesionales- está formada por un hombre y una mujer, el que da la pauta es él, a menudo da también el nombre, y si la pareja se disuelve, él encuentra mil compañeras dispuestas a seguirlo, mientras ella queda sola, con la carrera interrumpida. Debe haber quedado un input antiguo: el hombre es el perno del tango, sí, pero al mismo tiempo su límite. Lo concibió y lo trasmitió a los postreros de manera tan inderogable, que parecería tratarse de una forma de danza cerrada, refractaria a la evolución que en cambio se dio en la música. Por eso, cuando el tango es afrontado por mujeres, artistas libres de clichés, ciertos rincones secretos e intocables se iluminan, haciendo resonar las cuerdas más íntimas.
    Bienvenida, Catherine Berbessou.