2008 Ristampa Digitale del libro Basta, Storia rivoluzionaria dell’America Latina attraverso la canzone.

Dal 1967 al 1970, dal 1976 al 2008, Jaca Book.

Basta, Storia rivoluzionaria dell'America Latina attraverso la canzone

 

Quarta di copertina

Una etnomusicologa, nel mezzo dell’esperienza di rinnovamento culturale ed artistico della Cuba post-rivoluzionaria, usando di una rara competenza musicale scrive un appassionante libro di storia, attraverso i ritmi e le canzoni che l’America Latina ha fatto sbocciare per dire “basta” al marchio coloniale. 195 canti che, oltre ad essere situati nel loro contesto storico, politico e musicale, vengono presentati nella loro lingua originale con traduzione italiana – il più delle volte ritmica – a fronte.
Concludono il libro una serie di indici: la rassegna degli strumenti musicali dell’America Latina, la rassegna delle aree delle canzoni, una bibliografia aggiornata, un indice alfabetico e, infine, la notazione delle canzoni per facilitarne l’esecuzione.

Questo libro, diffuso da anni in moltissimi paesi e tradotto in più lingue, resta un esempio unico nel suo genere.

 

Nota Editoriale alla ristampa del 2008

Meri Lao, l’etnomusicologa che nella sua lunga carriera  ha fatto anche da straordinario ponte tra America Latina ed Europa, da quest’anno è una ragazza di ottant’anni.
La prima edizione di Basta fu a Parigi nel '67 presso François Maspero. La prima edizione italiana uscì presso Jaca Book nel '70. Basta é stato pubblicato in varie forme, anche in ‘’cassette’’, come si diceva all’epoca.
Che cos’è Basta? Per capire la sua genesi rimando alla chiara prefazione alla seconda edizione italiana, fatta da Meri Lao nel 1976. Basta è stata una ricerca senza eguali sulla canzone di protesta dell’America latina svolta negli anni ’60 e proseguita in seguito dall’autrice, ma occorre chiederci: cos’è Basta oggi?
Non  è certo la memoria di una stagione transitoria che il corso degli eventi può relegare tra le utopie irrealizzate.
Basta è musica e già questo la rende una storia e una raccolta sempre viva, ma Basta è quella forma di richiesta di giustizia e solidarietà che non soffre il tempo. E’ un urlo che non è databile con questa o quella bandiera.
L’istanza libertaria, anticolonialista, socialista o comunista, non può essere né sepolta sotto le macerie dello stalinismo né sotto il cumulo delle merci del liberismo.
I motivi dell’urlo che si è musicalmente espresso nelle canzoni latinoamericane, dalla conquista agli anni '70 del secolo scorso, sono ancora lì.
La ‘’storia’’ di Basta conserva il realismo della denuncia e la speranza della giustizia.
Oggi l’America Latina con i suoi movimenti contadini e le sue esperienze di società alternativa, pur imbrigliata nel giogo globale, che altro non è che una permanente piaga coloniale, rimane una delle grandi aree da cui l’intera umanità può sperare i segni di novità che il suo canto  ha invocati.

Febbraio 2008
S.B.

 

Prefazione alla seconda edizione 1976

Trascorsi dieci anni dal giorno in cui mi presentai da François Maspero con la stesura iniziale, mi sembra opportuno fare qualche breve cenno su questo accidentato libro.
            Gli Stati Uniti stavano soffocando con contingenti di marines il governo legalmente eletto e il popolo della Dominicana. Io, che ero cresciuta nell’America Latina ma risiedevo ormai da anni a Roma, mi sentivo spaventosamente impotente con la mia rarefatta carriera di pianista. Mi si fa avanti una certezza: deve pur esserci un canzoniere –anch’esso sistematicamente soffocato– che dica basta a questi soprusi. E risolvo definitivamente la crisi personale con un proposito: dedicherò tutti gli sforzi per portare alla luce tale materiale, e la mia compotenza tecnica per diffonderlo.
            Non si parlava ancora di protest song, esisteva un solo libro, sui corridos messicani, interessante anche per i non addetti al lavoro, e nella mia memoria distratta (ero stata in tutt’altre musiche affacendata) continuava a circolare solo una dozzina di canti alternativi a quelli consumistici.
            Scrivo ben ottantasette lettere laggiù ad altrettante organizzazioni musicali e persone dell’ambiente concertistico, chiedendo che mettano da parte i purismi e mi inviino dei canti di contenuto sociale. Però, siccome anche le persone più accorte credono che non esista nulla al di fuori dei canali ufficiali, ne ricevo un’unica risposta improntata alla maggiore buona fede: “Nei nostri paesi non si canta. Abbandona l’idea.”
            Invece comincio a tendere l’orecchio e a inseguire i latinoamericani di passaggio per Roma, Milano o Parigi, interrogandoli per telefono o nel bel mezzo di una stazione, su un autobus, una piazza, creando equivoci inenarrabili, ma con tale sacrosanta convinzione che in pochi mesi riesco a intascare (in pentagrammi tracciati su tovaglioli di carta, in labili nastri magnetofonici a troppe piste, quasi mai tramite stampa) qualcosa come duecento canti. Non trovo di meglio che inserire i canti, montati per associazione di idee, in un contesto più vasto, a molteplici livelli, senza pretendere di esaurirne nessuno, e senza privilegiare il mio livello specifico, anzi evitandolo deliberatamente. Sarà compito di altri l’analisi ritmica, modale, tonale, melodica, formale, nonché l’elaborazione degli indici di frequenza tematica. Anzi, mi permetto di suggerire sin d’ora un argomento di sicura presa: “Gli animali nella canzone d’impegno latinoamericana” data l’abbondanza di scarafaggi, vermi, granchi, sardine, pescecani, caimani, cani, topi, gatti, caproni, maiali, gorilla, mucche e vitelli, corvi, colombe e carcarás.
             In poco tempo è pronto il libro, “pionieristico”, come lo si è definito. Fatto a mano e a polmone (fiato occorso per strappare fiato altrui), grossolano e manicheo come è giusto lo sia un’urgente testimonianza.
            Il manoscritto però non giunge direttamente nelle mani dell’editore parigino, ma si perde nei labirinti studenteschi di Nanterre, dove certi ragazzi, fra i quali c’è un tale “Dany il rosso”, lo sventrano, ne fanno oggetto di audiovisivi, di documentari cinematografici, di dibattito, utilizzandolo come strumento di coscientizzazione. Sarà poi un’impresa titanica recuperare i fogli, variamente sparsi e senza numero di pagina, dell’unico esemplare in francese, reinventare i vuoti, i dati perduti, e chiudere un occhio su tutti gli errori e le approssimazioni. In compenso ero molto felice perché il libro sarebbe apparso con un prologo lussureggiante di Miguel Angel Asturias (come lo ricordo, ora che non c’è più, mentre mi cantava la Chalana dei suoi tempi goliardici!). Sennonché nel frattempo Asturias riceve l’incarico diplomatico del Guatemala, il che mi costringe a sopprimere il prologo in terze bozze di stampa: era un controssenso essere presentata dall’ambasciatore di un governo che reprimeva i guerriglieri che io celebravo.
            Il libro appare, finalmente, nell’estate del 1967. Cuba organizzava la Rassegna della Canción-Protesta, esplodeva il boom dell’America Latina e della tematica terzomondista. Si diffondevano libri indispensabili come Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, che non erano arrivati in tempo per accendere la pallida bibliografia consultata.
            Mi rimane la segreta soddisfazione di veder rappresentati come spettacolo interi capitoli del Basta, nonché di trovarne per caso pubblicati lunghi frammenti, in varie lingue. Un noto autore di teatro impegnato mi onora creando un poema con l’indice del libro (epigrafi scelte fra i versi delle canzoni) nello stesso ordine, senza ulteriore elaborazione. Tuttavia nemmeno uno cita la fonte, e c’è chi addirittura dichiara con etnomusicologica serietà che i canti sono prodotto di una ricerca sul campo, effettuata dal tal dei tali. Neanche a farlo apposta, era immancabile la presenza dei canti che io ben sapevo apocrifi, e che avevo incluso –senza alcuna etnomusicologica serietà– in mancanza di meglio.
            Ora invece posso permettermi il lusso di eliminare il materiale dubbio o sbagliato, dato che nel frattempo, senza dover più inseguire nessuno, ma per vie ormai diventate spontanee, mi sono pervenuti oltre milletrecento canti che a malapena riesco a tenere in ordine. Oggi interviene anche l’industria discografica nella loro promozione, sebbene –bisogna riconoscerlo– siano passati i tempi di grazia anche per queste forme espressive: l’anno guevariano ha visto cantare le più belle, con Daniel Viglietti in prima linea, sulla strada dischiusa dal vecchio Atahualpa Yupanqui e dalla vecchia Violeta Parra.
            Ho cancellato, per esempio, gli accordi di si minore che imperversavano nella parte pentagrammata per opera di un volonteroso chitarrista a cui avevo affidato “gli ultimi ritocchi” della stessa. Del testo ho corretto alcune inesattezze, ho tolto un paio di riferimenti puramente letterari e certi passi relativi alla guerriglia che, alla luce degli eventi trascorsi, si dimostravano di un ingenuo trionfalismo. Mi è dispiaciuto lasciare –altrimenti rischiavo di rifare tutto il libro– le troppe canzoni in chiave machista che ora, anche per opera del neo-femminismo, appaiono addirittura non rivoluzionarie. Ho aggiunto infine un capitolo che riguarda la drammatica attuale situazione dei paesi latinoamericani, anche se avrei desiderato chiudere, come mi auguro di poter fare presto, con un inno di gioia.

Meri Lao                                                                                                               Roma, febbraio 1976